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NUMERO 24: FOLLIA

Mancanza di senno, ma anche qualsiasi atto che dall’esterno venga visto o percepito come temerario e irragionevole

  • 1826-5367-90024
  • 2009
  • 40
  • La luna di traverso
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La follia, quella propriamente detta, rappresenta uno stato d’alienazione mentale determinato dall’abbandono di ogni criterio di giudizio. Mancanza di senno, dunque, ma anche qualsiasi atto che dall’esterno venga visto o percepito come temerario e irragionevole. Nel corso dei secoli si as- siste a una differente visione della follia: nel mondo classico essa si lega indissolubilmente alla sfera religioso-sacrale, dove il folle è voce del divino, da ascoltare per interpretarne la volontà; durante il Medioevo, invece, incarna il demonio e deve pertanto essere esorcizzato, se non addirittura elimina- to fisicamente. Nel Rinascimento si passa poi ad una interpretazione diametralmente opposta: basti pensare all’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam, composto durante un soggiorno presso un altro celebre utopista quale Thomas More, per il quale la follia è sinonimo di conoscenza e di consa- pevolezza razionale. Tuttavia, è solo verso la fine del Settecento che, grazie a Jacques René Tenon, si giunge a rivoluzionare la mentalità medica, cercando di imporre il concetto di inviolabilità della per- sona umana e di libertà − seppure all’interno di una struttura − per il malato, distinguendo la terapia medica, da quella solamente repressiva di tipo carcerario in vigore fino a quel momento. A partire dall’Ottocento emerge poi, influenzata dal Positivismo, la visione del folle come “macchina rotta”, ovvero lesionata nel cervello. Nel Novecento, infine, Freud e Jung mutano nuovamente il significato della follia: il primo, attraverso l’intuizione del recupero perseguibile tramite una ricerca interiore e un rapporto più umano con il terapeuta; il secondo, mediante l’indagine dei contenuti simbolici degli elementi della follia e l’introduzione degli archetipi per definirla con più chiarezza. Gli esempi presenti all’interno della letteratura restano ancora oggi memorabili ed emblematici, laddove “fol- lia” diviene eccesso di lucidità, evidente escamotage letterario per parlare senza filtri, espressione limpida, priva di mediazioni raziocinanti della propria mente e del proprio sentire. Follia è dunque il tramite per mostrare l’Altro, il Diverso, l’Anti-convenzionale, anelito supremo alla Libertà. Le tragedie greche e quelle di Shakespeare mettono spesso in scena pazzie − vere o presunte − di esseri umani schiacciati dal fato o da fortissime emozioni, che emergono in tutta la loro sorprendente lucidità; altro illustre esempio è il Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, affresco romanzato della schizo- frenia, efficace quanto geniale; l’Enrico IV di Pirandello, in cui si intrecciano i temi della solitudine, dell’incomprensione, dei confini tra vero e falso, tra follia e saggezza. Resta, insieme a Uno, nessuno, centomila, un capolavoro indiscusso nel quale rendersi conto della profondità cui l’analisi umana si spinge nella estrema sincerità della follia. Diverso, invece, è quanto accade nell’episodio dell’Orlando Furioso di Ariosto, in cui Astolfo si reca sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, impazzito per amore. Ora, tra le varie tipologie passate in rassegna, siamo a chiederci: che cosa significa «follia» oggi? «Tutto ciò che contraddice la ragione», diremmo, di primo acchito. Ma follia non è anche la fre- nesia dilagante, i falsi valori imperanti, l’azzeramento dei sentimenti, l’apparenza priva di sostanza, il nostro stile di vita imposto o auto-imposto? Come accade per Zeno Cosini, protagonista del cele- bre romanzo di Svevo, dunque, possiamo dire che forse è meglio essere convinti di essere “malati”, piuttosto che illudersi di essere “sani”. E comunque, per dirla con Proust, per rendere sopportabile la realtà, «siamo tutti costretti a coltivare in noi qualche piccola pazzia.»


Archivio Giovani Artisti di Parma e Provincia

Proprietà dell'articolo
creato:giovedì 21 gennaio 2010
modificato:martedì 6 luglio 2010