In una tiepida giornata dell’aprile 2014 l’avvocato Gian Carlo Artoni, principe del foro parmigiano, ha attaccato la toga al chiodo. Una volta per sempre. Libri, qualche amico vero, albe e tramonti che arrossano i tetti del centro e la cupola della Steccata i pochi piaceri. Di rado la sensazione di dare un senso alla tarda sera di una vita lunga e felice. Multiforme come poche. Un mare in bonaccia. Una tristezza per il marinaio abituato alle onde alte. Perché d’improvviso Artoni non ha più scritto un verso.Cinquant’anni senza poesia. Senza profumo d’inchiostro. Ricchi di vita, di successi, d’amore, poveri di endecasillabi e settenari. Poeti una volta, poeti per sempre. L’esperto marinaio ha colto l’attimo. È uscito dalla rada ed è tornato a navigare nel mare infinito del mistero, alla ricerca dei perché della vita.
Perché l’amore? Perché la giovinezza? Perché la vecchiaia? E soprattutto perché la morte? Giorno dopo giorno, i ricordi raccolti in mezzo secolo d’inspiegabile silenzio hanno cominciato ad animarsi. A premere contro le pareti per uscire. A diventare parole d’inchiostro. A sgorgare dalla penna dell’artista senza posa sotto forma di versi, brevi e guizzanti, rimati, come l’acqua sgorga da una fonte di montagna. Ogni alba una poesia e ogni poesia uno strumento per spostare più avanti il momento dell’incontro con “quella signora”. Un trucco per gabbarla.