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UN'AMICIZIA LUNGA UNA VITA. CARTEGGIO 1929-1984

Uno scambio epistolare intenso e appassionato che testimonia l?amicizia di due personalit? fondamentali nel panorama letterario del '900

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In una fredda giornata d’inverno del 1925, al Collegio Maria Luigia di Parma, un giovane supplente entra nella classe dell’allora quattordicenne Attilio Bertolucci: è Cesare Zavattini.

Comincia così una lunga amicizia nata sui banchi di scuola e continuata poi nella redazione della “Gazzetta di Parma” dove Za, redattore della pagina culturale, diventerà “capociurma” di un gruppo di giovani intellettuali tra cui Ugo Betti, Gino Saviotti, Pietro Bianchi, Alessandro Minardi e Giovannino Guareschi. Mentre Zavattini scopre il precoce talento lirico di Bertoldo (così veniva chiamato il giovane Attilio dagli amici) e convince Alessandro Minardi a pubblicargli Sirio, dall’altra, il giovane allievo, insieme a Pietro Bianchi, convertiranno Za, futuro padre del neorealismo italiano, al cinema. Dal loro incontro nasce qualcosa di assolutamente straordinario: la possibilità di riconoscere il proprio talento attraverso l’amicizia vissuta nei favolosi anni della giovinezza.

Il 1929, anno in cui Zavattini lascia Parma per svolgere il servizio militare, è la data di inizio dell’epistolario che, se dapprima è dialogo fitto, frenetico e quasi quotidiano, presto si fa conversazione “a singhiozzi”, con lunghi silenzi e improvvise fiammate, fino alle rare lettere degli ultimi anni.

Uno scambio epistolare mai interrotto, intenso e appassionato, che testimonia l’amicizia di due personalità differenti per carattere e per temperamento: Zavattini vulcanico, rivoluzionario e “dispersivo” tra giornali, editoria e cinema; Bertolucci “pacato e riflessivo”, teso a difendere il proprio spazio familiare come unico luogo in cui ritirarsi per comporre, nella “lenta pazienza dei giorni” le sue liriche e La camera da letto.

Nelle lettere leggiamo di progetti, confessioni, tensioni e polemiche anche vivaci, ma tutto questo non intacca il profondo rispetto reciproco e il sentimento autentico che li lega per più di sessant’anni. Alla fine farà sempre più chiara la consapevolezza che il destino li ha condotti alla stessa foce del fiume anche se su due sponde opposte, quasi in lotta. Il mito della città di Parma, gli anni dell’adolescenza e della formazione, restano un punto di riferimento imprescindibile: entrambi hanno “ammirato” e “disprezzato” nell’arte come nella vita, ma niente può scalfire la stima vicendevole e quel legame fraterno che si ritrova forte e intenso quando i due amici si siedono attorno ad un tavolo per mangiare i tortelli di zucca: un rito che segna il riconoscimento delle origini comuni, come avevano entrambi intuito fin da giovani.

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creato:giovedì 4 giugno 2009
modificato:giovedì 13 settembre 2012