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ARTURO ZAVATTINI FOTOGRAFO

Viaggi e cinema 1950>1960

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L’attenzione riservata in questi ultimi anni all’attività di fotografo di Arturo Zavattini e i volumi che ne sono venuti, ci riconsegnano uno degli sguardi senza dubbio più interessanti di quel momento così intenso e significativo della cultura visuale italiana che si colloca, indicativamente, nel decennio 1950-1960. Lo sguardo di Zavattini è uno sguardo libero e attento, capace di posarsi su luoghi, contesti e figure diverse, ma di mantenere sempre la stessa idea di ricerca e di narrazione, molto chiaramente rinvenibile in quello che ci appare come uno schema di immagine strutturato su più livelli, su più orizzonti visivi e narrativi contenuti all’interno della stessa fotografia.

Zavattini sa costruire il suo racconto in profondità di campo, come si direbbe al cinema, senza imporre una gerarchia visiva, ma sviluppando la narrazione su più piani, ognuno dei quali riesce a mantenere piena autonomia formale e semantica e al contempo a conservarsi parte di una comunicazione composita e più larga. Le prospettive si moltiplicano, le piste interpretative si fanno più complesse, come accade nella vita vera, quella che Zavattini inquadra senza arrestarne il fluire. Sono tante le fotografie che ci pare debbano, improvvisamente, mettersi in movimento, con i personaggi in campo lungo che escono di scena ed altri pronti a cambiare posizione o magari ad entrare in campo a ricomporre un nuovo quadro. Perché è evidente che il fuori campo preme sulle immagini zavattiniane e in silenzio le completa.

Che Zavattini racconti la Lucania (che tanta ricerca etno-antropologica italiana, tra spedizioni, fotografie e documentari, andava scoprendo in quel periodo), o che racconti le sue “passeggiate napoletane”, Roma, la Thailandia, Cuba (il Che!), o gli ambienti reali e sospesi dei set cinematografici, la sua capacità di racconto rimane la medesima e ci offre una “fotografia del durante” (per usare una formula che sarebbe stata cara a suo padre) di estrema preziosità.

Parma ha voluto fortemente ospitare questa mostra non solo perché nel profondo di queste fotografie si ritrovano i molti piani di un’antropologia complessa che ha tanti argomenti da proporre al mondo in cui viviamo, ma anche perché Zavattini è figlio di queste terre, di queste pianure, e ci sembra, come accadeva per Cesare, che non cessi mai di respirare, nel suo processo creativo, quello spirito insieme realista e surrealista che è proprio di un preciso filone letterario, poetico e cinematografico scaturito da questo territorio. Mettersi in viaggio con Arturo Zavattini, ancora in questo 2018, significa ripercorrere tempi mai passati e ritrovare, come fossero nostre, esperienze mai vissute.

Dalla prefazione di Michele Guerra - Assessore alla Cultura - Comune di Parma

Proprietà dell'articolo
creato:giovedì 26 aprile 2018
modificato:giovedì 26 aprile 2018